“Se il lavoro vale 10 centesimi”, storia di Akina e tante altre. Riproponiamo un monologo di Stefano Massini su “La7” del 2021. Ha proposto il racconto “Se il lavoro vale 10 centesimi”, ovvero il crollo della fabbrica tessile di Savar, in Bangladesh, nel 2013, che costò la vita a 1129 operaie. Si tratta del più grave incidente mai accaduto in un posto di lavoro. E il risarcimento è stata una beffa: 10 centesimi di euro per ogni ora di lavoro delle operaie morte. Ma il dramma di quella fabbrica diventa il simbolo di un mondo del lavoro spietato, in cui tutto è competizione e gara al ribasso. “Altrimenti, la porta è quella”.
“Se il lavoro vale 10 centesimi”, la precarietà delle condizioni di lavoro
La storia Akina rivela non solo le condizioni di sfruttamento e precariato delle condizioni di lavoro in quella parte del mondo. Ma anche la totale mancanza di sicurezza in cui lavorano gli operai, in barba ad ogni precetto di rispetto della dignità umana. Una precarietà tale da trasformarsi in tragedia con il crollo dell’intero edificio e la morte di migliaia di operaie. Un condizione quella, che come spiega l’artista, non riguarda soltanto un luogo di lavoro in una determinata parte del mondo ma coinvolge tutta la catena di produzione e consumo. Quindi arriva anche a noi e ci richiama alla responsabilità civile prima che morale, di invertire la rotta rispetto ai diritti, la dignità del lavoro e la sicurezza.
La storia di Akina
Il racconto proposto da Massini narra la storia di Akina, l’operaia che presta lavoro in questa fabbrica tessile, ai piani alti di un edificio, dove lo sfruttamento è lontano dagli occhi dei passanti. Lei si mette a sedere nella sua postazione per iniziare a lavorare ma si accorge che cade polvere di cemento dal soffitto, perchè c’è una crepa sul soffitto. Si alza, chiama il caporeparto e la segnala. Ma lui infastidito la manda via e la minaccia di farle rapporto.
Dopo cinque ore toglie dalla bocca la gomma da masticare e apre il barattolo di riso per pranzare, mentre mangia il riso e lavora. La polvere di cemento continua a cadere e questa volta ce l’ha fra i denti. Così prende la gomma da masticare e la mette dentro la crepa, per capire se la crepa di allarga.
La gomma era già in tensione dopo dieci ore, e lei torna dal caporeparto per la segnalazione. Ma lui si arrabbia, e le dice di tornare a lavorare, altrimenti “la porta è quella”. Altre operaie più anziane rivelano che al piano inferiore non lavora nessuno perchè l’edificio è a rischio crollo. Ma anche questa volta il caporeparto dice che chi non entra a lavorare avrà la decurtazione di un mese di stipendio. Così per necessità le donne portano lì anche i bambini, per non rinunciare allo stipendio.
La strage e il risarcimento da 10 centesimi all’ora
Ma le crepe diventano solchi, e l’edificio crolla completamente. In quella tragedia muoiono mille e 129 operaie. Negli ultimi 8 anni la battaglia per chiedere giustizia arriva ad una fine. Si stabilisce il risarcimento alle vite di quelle operaie. Si quantifica un risarcimento da 10 centesimi di euro per ogni ora di lavoro. Ovvero monetine che non valgono niente e che non hanno nessun potere d’acquisto. Ma valgono un’ora di lavoro di un operaio come Akina, in quella parte del mondo in cui il lavoro non vale niente.
La vicenda non riguarda solo quella parte del mondo, in quanto tutti siamo nel grande tritacarne del lavoro, in cui l’importante è pagare meno. I diritti sono un lusso, come la sicurezza e la manutenzione dei macchinari.


