Ha appoggiato il piede su un lucernaio di plexiglass, che ha ceduto. Ed è precipitato da un’altezza di nove metri. È morto così, il 16 marzo 2023, un operaio di 33 anni, A. M., bosniaco residente nel Biellese.
L’infortuno è avvenuto nella zona industriale Pescarito, a San Mauro Torinese: il giovane stava lavorando al rifacimento della copertura di un capannone. Ora la Procura di Ivrea ha definito i contorni dell’inchiesta avviata all’indomani della tragedia e tre persone — il committente proprietario dell’edificio, il datore di lavoro della vittima e il capo squadra — sono indagate per omicidio colposo.
Tante le negligenze e le violazioni delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro che vengono declinate nel provvedimento firmato dal pm Ludovico Bosso.
Ed è scorrendo le pagine dell’avviso di chiusura indagine che si legge che il committente e l’impresario avrebbero «pattuito», nel contratto di appalto, «di destinare al soddisfacimento dei “costi di sicurezza” una somma pari a soli 600 euro».
Una cifra «corrispondente all’1% del corrispettivo complessivamente pattuito tra le parti», e che il magistrato definisce «inadeguata». Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’appalto prevedeva la sostituzione della copertura già esistente del capannone. Quella mattina il 33enne salì sul tetto, come già aveva fatto in altre occasioni, per la posa dei pannelli di alluminio e di plexiglas per i lucernai: fu uno di questi ultimi a cedere sotto il suo peso.
Nell’ipotizzare l’omicidio in cooperazione colposa nei confronti dei tre indagati (difesi dagli avvocati Maria Turco, Fabio Ghiberti e Rosalba Cannone), il pm sottolinea la «somma del tutto inadeguata, pari a 600 euro» per il «soddisfacimento dei “costi per la sicurezza”» e rimprovera (a vario titolo) altre negligenze.
Negli atti si parla dell’assenza in cantiere di un piano operativo di sicurezza e si evidenzia come il datore di lavoro della vittima non avrebbe «predisposto e adottato alcuna misura di protezione collettiva (ponteggi o reti anticaduta) o individuale (imbraghi, cordini, linee vita) volte a prevenire il rischio cadute».
Dispositivi che non sarebbero stati presenti in cantiere: il magistrato chiama in causa anche il caposquadra, che non ne avrebbe segnalato «l’assenza» e non ha «interrotto l’attività lavorativa».
Al committente è contestato di non aver «designato il coordinatore per l’esecuzione dei lavori», il quale avrebbe potuto «esercitare poteri di controllo e impeditivi».


